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Può comprendere meglio i culti solari dell’umanità ai primordi chi ha passato una notte all’addiaccio, poiché saprà bene con quale sollievo gioioso si accoglie il primo raggio mattutino che dall’astro fulgente rimette in moto la vita. Analogamente, nessuno come chi è stato a lungo isolato per mari, deserti e montagne sa apprezzare la compagnia dei suoi simili.
Il maestro Zhang Du Gan 張篤淦 è un raggio di sole nella lunga notte fredda delle arti marziali cinesi (wu shu 武術, meglio note con la perifrasi gong fu 功夫) in Italia; è uno zampillo d’acqua fresca dopo giorni nel deserto delle arti marziali cinesi in Italia.
Oggi, nella comunità globale, chi cerca la tradizione genuina somiglia a un viaggiatore che cerca l’acqua nel deserto: ce n’è, ma molto poca e nascosta in profondità. La qualità dell’albero si vede dai suoi frutti; perciò, nonostante l’età precoce, il figlio del maestro Zhang, Yu Fei, l’ha già compreso: “Non si trova quasi più l’antico, i tempi sono cambiati”, mi fa notare spigliato quando gli dico che suo papà è come un pezzo di giada in un campo di sassi.
Stupisce dunque la prontezza con cui Zhang Du Gan offre subito un calice dalla sua vasta fonte, che zampilla dalla solida roccia dell'autentico ba gua zhang 八卦掌 (“palmo degli otto trigrammi”), esemplare di una tradizione assai gloriosa e onorevole che comprende un senso profondo dell’etica, tanto da aver coniato il termine wu de 武德: “virtù marziale”.
Proprio questo è il concetto che Zhang afferma con decisione per la sua scuola: “Noi abbiamo wu de, che è il principio apicale per un praticante di gong fu”. Lo dimostrano i fatti: Zhang Du Gan è un uomo sincero 1 e onesto, simpaticamente ironico ma per nulla denigratore.
È in corso un piccolo raduno di praticanti di arti marziali cinesi, e a una trentina di metri soltanto da lui, un bellimbusto mostra a quattro o cinque ragazzi un ba gua zhang di livello così infimo, che si fatica a riconoscerlo come tale. La sfrontatezza di costui rappresenta una scena grottesca: perché non chiede di diventare allievo del maestro? Perché non smette quello spettacolo indegno e non conduce almeno quei giovani a conoscere e onorare il maestro? Zhang Du Gan manifesta di non essersi neppure accorto del tizio, e questo potrebbe essere un modo gentile adottato dalla sua ecumenica signorilità tipica della migliore cultura cinese, il gentiluomo (jun zi 君子) di confuciana memoria.
Però tiene a precisare che non tutti sono all’altezza di un insegnamento efficace: “Io sono un po’ esigente, non gradisco chi si esercita con pressappochismo, senza impegno. La mia didattica è severa, perché solo attraverso correzioni minuziose è possibile imparare davvero il ba gua zhang.
Si parla tanto di arti marziali ‘interne’, ma molti istruttori non le conoscono davvero. Poi ce n’è qualcuno che le conosce, ma le tiene in gran parte nascoste agli studenti. Si dice ‘Jiao quan bu jiao da, jiao da bu jiao jie 教拳不教達,教達不教解’: insegnare le sequenze tecniche, non insegnare a cosa servono; e questo è il primo passo; il secondo è insegnare a cosa servono, non insegnare a capirne il motivo”.
Affermazioni scomode quanto realiste, tuttavia bilanciate subito dall’umiltà che le segue. Posto di fronte all’ima ricchezza delle arti marziali cinesi, ma anche di scienze complesse come la medicina, chiunque abbia un briciolo di intelligenza non può che diventare umile: “Più il bambù cresce, più basso si piega”. I suoi allievi, vedendo il maestro Zhang, non possono che essere umili; il maestro Zhang, vedendo il suo maestro Wang, non può che essere umile; il maestro Wang, vedendo il suo maestro Gong, non poteva che essere umile. Perché hanno capito quanto ancora possono e devono migliorare per arrivare al livello della loro guida. Solo chi non vede all’opera un vero esperto, solo chi non ha le conoscenze necessarie per capirne l’abilità, può essere superbo; e allora non ci sarà nient'altro che potrà imparare, dacché somiglia a una tazza piena d’acqua sporca che non ha più spazio per acqua pulita.
Pertanto un vero maestro difficilmente si dichiara altezzosamente tale, ed è illuminante sentire che Zhang Du Gan, uomo di spiccato acume posto al servizio delle conoscenze ancestrali, non fa eccezione: “Io non sono un maestro, sono uno studente come loro”, vuole precisare indicando i suoi allievi presenti. “Il maestro è il gatto, la tigre…”. E Yu Fei, un ragazzino perspicace che sembra aver ereditato i geni dell’intelligenza da suo padre, rincara con un storiella: “In Cina si dice che il gatto è il maestro della tigre. Un giorno la tigre si volge contro il suo precettore e lo insegue per mangiarlo, ma lui si arrampica su un albero sfuggendole con facilità e le rivela: ‘Sapevo che eri un animale malvagio, perciò non ti ho insegnato questa tecnica’”.
Le tigri di cartone che affollano il mondo delle arti marziali ricorrono invece all’altezzosità per irretire accoliti, poiché “Probitas laudatur et alget” , rilevava Giovenale. “A tanti maestri non importa la divulgazione del sapere, quanto spillare soldi agli allievi. E così costruiscono una bella casa, mentre io sono ancora in affitto!”, finge di lamentarsi con un sorriso Zhang. “Spesso i Cinesi del wu shu erano persone semplici, gente di campagna. Hanno imparato dagli occidentali a smerciare le loro discipline senza curare la trasmissione corretta. Oggi ci sono Cinesi che non conoscono granché le arti marziali, ma hanno capito che già i loro tratti somatici in Occidente attraggono allievi inesperti e che quindi possono fare soldi. In Cina questo non è possibile: se ti comporti così prendi un pugno! Dunque pensano: qui prendi un pugno, là fai i soldi, conviene andare là”.
Ma nel caotico panorama italiano tanto lungi dalla vecchia mentalità cinese, Zhang Du Gan non ha mai subito esperienze negative? “Mi hanno informato che alcuni, soltanto dopo qualche lezione e una fotografia con me, si sono messi a insegnare dicendo di essere miei allievi; per questo ora mi limito a farmi fotografare in gruppo. Questo sì poteva succedere anche nella Cina del passato: non ostante in genere per avere successo nelle arti marziali bisognasse dimostrare di saper combattere, qualcuno diventò noto tramite scorciatoie come farsi immortalare con vari maestri famosi, inducendo la gente a supporre che se era amico di quel personaggio doveva essere bravo anche lui. Simili astuzie sono sempre esistite, inganni che proprio non gradisco. Molto meglio chi non ha ancora raggiunto un buon livello tecnico, ma è sincero”.
Per Zhang che ancora si alimenta di quelle tracce di manismo che consentono all’imperativo morale di sopravvivere nella Cina proiettata vorticosamente al futuro, si tratta di atteggiamenti vituperevoli, che bolla con la tremenda etichetta “Qi shi mie zu 欺師滅祖” (“Ingannare il maestro, distruggere gli antenati”). È lui stesso a spiegare questo motto: “Per noi fare ciò significa infangare i nostri predecessori, un atto molto grave”.
Colpa simile egli attribuisce anche a quegli esperti autentici di ba gua zhang che però mancano a suo giudizio del dovuto rispetto per il primo insegnante riconosciuto dello stile, il cosiddetto zu shi 祖師 (“maestro antenato”): Dong Hai Chuan 董海川. “Non è corretto parlare di vari stili di ba gua zhang, apponendovi i cognomi di allievi di Dong. Loro da chi hanno imparato? Dunque il ba gua zhang è uno solo: quello di Dong Hai Chuan. Per dimostrarlo non esistono foto in azione di Cheng Ting Hua 程廷華, ma immagini di suo figlio Cheng You Long 程有龍, di Sun Lu Tang 孫祿堂 e di Fu Zhen Song 傅振 li ritraggono in una postura uguale alla nostra.
So che a parere di molti Dong insegnò le arti marziali diversamente a seconda dell’allievo che si trovava davanti, ma non può essere vero: se io mostrassi una tecnica in modo differente a studenti diversi, si lamenterebbero, pensando che all’uno o all’altro ho spiegato male. Yin Fu 尹福, Cheng Ting Hua 4 lo sapevano; furono i loro discepoli che cominciarono a parlare di stile Yin, stile Cheng ecc. Ma questo è male, significa non rendere merito al nostro antenato, ancor più dal momento che è morto. Significa ‘Qi shi mie zu’. Quelli che cambiano lo stile pensano forse di avere capito di più, di essere più bravi di Dong Hai Chuan?”.
Zhang può permettersi giudizi perentori, in quanto appartiene al lignaggio diretto del ba gua: Dong Hai Chuan ebbe come primo allievo Yin Fu (1841-1910), che rimarrà quello con l’apprendistato più lungo. Grazie all’intercessione del suo maestro, egli ne ereditò il ruolo di insegnante nella dimora del principe Su, e dopo la morte di Dong anche nella reggia interna del palazzo imperiale (gong ting 宮廷), dove allenò pure l’imperatore Guang Xu, le sue guardie e altro personale dell’entourage.
Questo favore elargito dalle massime cariche governative proseguirà con uno straordinario pupillo di Yin, Gong Bao Tian 宮寶田 (1870-1943), il quale, ancora una volta su raccomandazione del maestro, capeggiava le guardie del corpo che proteggevano i generali degli Otto Stendardi 5. Dieci anni dopo, subentrò a Yin Fu nella carica di “guardia di primo rango con sciabola” (yi pin dao wei 一品刀衛); il titolo significava che gli era concessa tanta fiducia da poter stare armato vicino all’imperatore.
Poi, nel 1900 gli eserciti colonialisti occidentali 6 invasero Pechino, e quando Guang Xu e sua madre Ci Xi fuggirono nel palazzo imperiale di Xi’an 西安, Gong fu incaricato di scortarli, ottenendo in ultimo il prestigiosissimo diritto di vestire una “blusa gialla” 7.
Secondo Zhang Du Gan, proprio queste vicende d’interesse nazionale testimoniano – escludendo una faziosità d’altronde comprensibile – che Gong Bao Tian fu senza dubbio l’allievo migliore di Yin Fu: “Yin Fu doveva per forza consigliare come guardia del corpo al sovrano il combattente più abile; se il regnante ne avesse trovato uno migliore, avrebbe decapitato Yin e tutta la sua famiglia per l’affronto. In Cina diciamo che stare vicino all’imperatore era pericoloso come stare vicino a una tigre: da un momento all’altro può girarsi e azzannarti”.
Tutta questa successione di ruoli all’interno delle gerarchie politiche dimostra comunque l’enorme validità marziale del ba gua zhang, che fu apprezzata fin dalla comparsa di Dong Hai Chuan a Pechino verso il 18708v . “Il nostro fondatore Dong”, racconta Zhang Du Gan, “cominciò a diventare famoso a cinquant’anni, e questo significa che per tutto il periodo precedente si era dedicato allo studio. Da allora, nel palazzo imperiale praticamente tutti facevano ba gua”.
Solo quando cadde la dinastia Qing, nel 1911, Gong Bao Tian si dedicò totalmente all’insegnamento pubblico (in precedenza, tra il 1905 e il 1908, aveva soggiornato nei suoi luoghi natali dello Shandong). Così, ormai anziano, fu invitato dal facoltoso signor Diao Yu Ting per insegnare a suo genero Wang Zhuang Fei 王壯飛; il quale, dopo aver convissuto dai quindici ai venticinque anni col suo precettore, diventerà uno dei combattenti migliori e più stimati di Shanghai. Impresa non facile, come spiega il maestro Zhang: “Il ba gua è nato a Pechino, ma nel periodo repubblicano (1912-1949) Shanghai era il più grande polo lavorativo della Cina, sicché molti grandi maestri di arti marziali vi convergevano. Se chiedevi a Pechino chi praticava ba gua zhang, ti indicavano vari esponenti. Se andavi a Shanghai, tutti indicavano solo Wang Zhuang Fei”.
Basti pensare che Wang Zhuang Fei mantenne a lungo sul giornale Zhi bo un annuncio di sfida a chiunque volesse combattere con lui, promettendo al vincitore un cospicuo premio in denaro; che però rimase nelle sue tasche: nessuno lo batté. Finché nel 1986, a Singapore, le imprese di Wang gli faranno ottenere all’Incontro mondiale di scambio di arti marziali (Shi jie wu shu jiao liu da hui 世界武術交流大會)” uno stendardo di seta con le scritte “Abilità divina senza pari (Shen gong gai shi 神功蓋世)” e “Monte Tai, Grande Carro” (“Tai Shan Bei Tou 泰山北斗”)9 .
Zhang Du Gan viene proprio di Shanghai, dove nacque nel 1958, e ha imparato il ba gua proprio dalla famiglia Wang: secondo le regole ferree della genealogia a lui care, si considera allievo esclusivamente di Wang Han Zhi 王翰之, sebbene alla partenza di costui per il Sud-est asiatico dopo avergli insegnato per dieci anni, continuò a studiare con suo padre Wang Zhuang Fei per un altro decennio. Similmente, Gong Bao Tian è annoverato fra i discepoli di Yin Fu, benché costui lo portò a imparare anche dal suo maestro Dong Hai Chuan.
Wang Han Zi, da parte sua, è un figlio degno di cotanto padre, al punto che nei circoli marziali essi sono conosciuti come “I due massimi degli otto trigrammi (Ba gua er jue 八卦二絕)”. Artista completo che realizza l’ideale cinese del wen wu shuang quan 文武雙全 (“uomo di capacità sia civile sia militare”), a sessantasette anni egli non eccelle solo nel combattimento, ma anche nella poesia (shi wen 詩文), nella calligrafia (shu hua 書畫), nell’incisione di sigilli (zhuan ke 篆刻) e nell’interpretazione dell’Yi jing 易經, il “Libro dei mutamenti” che contiene la rappresentazione del cosmo attraverso i trigrammi e quindi serba un collegamento stretto col ba gua zhang.
È proprio l’appello del caposcuola Wang Han Zhi che causerà il rimpatrio di Zhang Du Gan, dopo tre lustri passati in Italia: “Torno perché il mio maestro mi chiama. Prima viveva a Singapore, Macao, e col passaporto cinese non mi era facile raggiungerlo. Ma ora ha bisogno di me, e fin da quando ero piccolo sono stato abituato a seguire questa tradizione: il maestro chiama, io vado. Però ho degli studenti in Italia, persone molto valide, e non intendo abbandonarli. Tra noi c'è un rapporto pressoché filiale, anche questo secondo l’antico costume cinese”. Non c’è motivo di dubitarne, poiché si tratta di affinità elettive: “Le cose dello stesso tipo vanno insieme” (“Wu yi lei zhu 物以類聚”), recita un detto del Celeste Impero ricalcando la legge naturale secondo cui il simile attrae il simile. “Certo, qualcuno fa un paio di seminari e poi va via, ma chi frequenta i corsi per almeno due anni rimane con noi. Mi fa piacere, significa che capiscono quello che spiego.
Per un allievo è difficile trovare un maestro valido, ma lo è ancora di più per un maestro trovare un allievo degno. Infatti, i maestri bravi non sono poi tanti, sono conosciuti e in vista, mentre gli studenti potenziali sono tantissimi e sparsi ovunque. In passato un maestro aveva sei o sette allievi, e li seguiva bene tutti. Oggi in un gruppo di trenta si vede chi è più dotato e lo si cura più approfonditamente”.
Tuttavia il maestro Zhang, che abita in Sicilia, insegna pure a studenti del centro e nord Italia. Considerato che nell’antichità un discepolo viveva praticamente col suo mentore, com’è possibile imparare bene uno stile di wu shu, tanto più se difficile come il ba gua zhang, senza una frequentazione assidua del maestro?
“Non è detto che si viveva con l’insegnante: la casa non era abbastanza spaziosa (e ricompare il sorriso divertito del professor Zhang). C’erano allievi che per vedere il maestro dovevano sorbirsi ventiquattro ore di treno, per cui non potevano incontrarlo tutte le settimane. La mia casa distava cinque minuti a piedi dalla sua, e mi ci recavo una volta la settimana; in più lo vedevo un secondo giorno al parco. Poteva capitare che un incontro durasse cinque minuti, anche meno; dopodiché tornavo a casa e dovevo ripassare per il resto della settimana quello che mi era stato spiegato. La settimana dopo, se di fronte al maestro non facevo bene quella mossa, dovevo ripeterla per altri sette giorni.
Anche se l’allievo vede il maestro una volta ogni paio di mesi, può imparare, basta che da solo si eserciti per bene su ciò che gli è stato insegnato nell’incontro: dieci minuti di lezione e venti ore di allenamento. All’incontro successivo, il maestro si accorge facilmente se l’allievo nel frattempo si è addestrato o no.
Il modo tradizionale di insegnare era che il maestro praticava le tecniche e lo studente doveva seguirlo; non veniva corretto, doveva correggersi da solo col tempo. Oggi le cose sono cambiate, bisogna educare in modo diverso. Allora occorrevano vent’anni per diventare bravi, oggi penso ne bastino anche cinque”.
Quello che è l’apprendistato corretto, Zhang lo illustra continuando a narrare le sue esperienze, sinceramente modesto ma consapevole delle proprie doti e possibilità: “Quando ero bambino, i miei coetanei ambivano a far carriera in una scuola di arti marziali dello stato, e io non facevo eccezione, per cui ci rimasi male quando non mi presero, poiché fisicamente ero troppo rigido. Deluso, non mi rimaneva che accostarmi al tradizionale. Ora capisco di essere stato fortunato, anche se ho iniziato lo studio del ba gua zhang a dodici anni e fino ai venticinque non ho capito nulla.
Negli anni ’80 cominciai a seguire Wang Zhuang Fei che andava in giro tra Guangdong 廣東 e Zhejiang 浙江 a tenere lezioni. C’era gente che per memorizzare una sequenza di tecniche doveva vederla tre volte, e gente che dopo cinquanta volte ancora non se la ricordava. Allora io la effettuavo insieme al mio maestro, poi dovevo mettermi davanti a loro e ripeterla anche cento volte. In questo modo mi allenavo più di tutti. Oltre a ciò, vedevo che il maestro a un gruppo di allievi spiegava qualcosa che non spiegava a un altro gruppo, e viceversa; io, invece, le imparavo tutte e due. Questa esperienza mi permette di osservare che quegli allievi non hanno compreso del tutto il ba gua zhang. Oggi i praticanti della generazione precedente sono morti o hanno ottanta, novant’anni; quelli di questa generazione cominciano ad averne sessanta o settanta, e su dieci che sono rinomati, io noto che solo uno è davvero esperto.
Per me aiutare il maestro Wang nell'insegnamento è stato dunque fondamentale, sicché pure io esorto i miei allievi a insegnare, per lo stimolo connesso a migliorarsi, ad approfondire meglio il loro studio del ba gua.
Speriamo che lo facciano dandole soddisfazione, perché non c’è dubbio, maestro Zhang Du Gan, nin guang zong yao zu 您光宗耀祖: lei reca onore ai suoi antenati.
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